lunedì 3 dicembre 2007

Ron Paul e la Israel Lobby

Logo dell'Aipac, American Israel Public Affairs Committee.

La politica estera americana riguarda il mondo intero. Le idee di Ron Paul in materia sono particolarmente sotto osservazione, viste le loro originalità e tendenza a sparigliare gli schemi, repubblicani e non solo.
Ron Paul mostra coraggio quando chiede il ritiro in tempi brevissimi dall'Iraq e dagli altri teatri di guerra, e forse ne mostra ancor di più quando sostiene che gli Usa non devono avere alleati privilegiati, specie se il privilegio è ottenuto attraverso la tassazione dei cittadini americani.
Ha coraggio perchè gli interessi forti sono molteplici in guerra: banchieri, petrolieri, società di grandi infrastrutture usano la potente macchina statale e militare americana per massimizzare i profitti. Stato ed imprese insieme difendono in armi il dollaro-debito di una nazione che consuma più di quello che produce. Al governo sta di curare le motivazioni politiche di queste imprese. Ma come vediamo in questi anni, il popolo americano, ancor prima di quello europeo, dà sempre meno credito alle tesi di chi comanda a Washington. Paul nei suoi ragionamenti lineari esemplifica al grande pubblico: “facciamo saltare ponti in Iraq, ricostruiamo ponti in Iraq, e non abbiamo soldi per fare ponti a casa nostra!” Ricorda quello che dovrebbe essere ovvio: Saddam non aveva armi di distruzione di massa, l'Iran non è una minaccia e l'America non può avere la pretesa di essere insieme il poliziotto, il giudice e l'usufruttuario del mondo, senza pagarne amarissime conseguenze.
Abbiamo già parlato delle prudenti equidistanze che Paul ritiene necessarie all'estero ed in medioriente in particolare. Oggi invece è centrale il rapporto privilegiato degli Usa con Israele. Osservando non solo le scelte politiche ma i finanziamenti che Washington eroga all'estero, si scopre che Israele da solo intercetta più denaro di tutti gli altri stati messi insieme.
In tale scenario la linea di Paul viene già da tempo contestata dai gruppi organizzati americani pro-Israele facenti capo all'Aipac, e la Republican Jewish Coalition lo esclude dai suoi meeting.

Amici dell'Aipac: Barack Obama.

La stampa espressamente o indirettamente ebraica lo accusa in modo provocatorio o strisciante di antisemitismo, un marchio di infamia che funziona sempre e che spesso viene appioppato per motivi risibili, come quando hanno trovato, spulciando tra oltre centomila donatori online, lo sparuto esponente di un gruppo razzista che ha versato cinquecento dollari a Paul. Il caso è stato sfruttato a lungo su diversi giornali. Si parlava di media espressamente ebraici: c'è il Jewish Telegraph Agency, molto seguito come interprete della comunità americana, che riporta un comunicato del “National Jewish Democratic Council” dove è scritto: “ogni ebreo democratico o indipendente, tentato dall'idea di votare Ron Paul per le sue idee sulla guerra, deve ricordare che questo deputato ha un terribile curriculum di voto sulla politica in Medio Oriente, è anti-abortista e si oppone alla ricerca sulle cellule staminali”. Cosa c'entreranno poi le ultime due questioni con gli ebrei, probabilmente non avremo mai l'occasione di capirlo su questo blog, speriamo di trovare lumi presso qualche teologo o sociologo più ferrato di noi.
Davvero "curioso" è l'appoggio dato a Ron Paul dall'ardente militar-sionista “Arutz Sheva-israelnationalnews.com”: l'autore Shmuel Ben-Gad, mentre illustra le posizioni pauliste su Israele, riconosce che tutto sommato un presidente come lui può venir bene ai sionisti perchè, opponendosi ai vari organismi internazionali, mette fuori gioco anche la Corte internazionale per i crimini di guerra e perchè la logica del non intevento estero permetterebbe ad Israele, umiliato nel suo patriottismo e vittima delle espulsioni di ebrei da Gaza e Cisgiordania, di riprendere orgoglio nazionale e vigorosa difesa del suo territorio, senza che nessuno più dall'esterno si permetta di sindacare il suo operato. Chissà se Ron Paul ha pensato a questo “blowback”, effetto imprevisto, come lo chiama lui, delle sue possibili decisioni.
Diverso e più interessante è l'approccio di Haaretz, importante quotidiano dello stato ebraico, che a firma del suo capo redattore dagli Stati Uniti, Shmuel Rosner, si chiede nel titolo: “Davvero Ron Paul ce l'ha con Israele?” Dopo aver descritto l'inattesa vivacità dei grassroots paulisti, Rosner scrive:


«Abbiamo un candidato che vorrebbe eliminare ogni aiuto allo Stato di Israele, che permetterebbe tranquillamente all’Iran di sviluppare armi nucleari e che abbandonerebbe l’Iraq al proprio destino. “In questo modo Israele si troverebbe meglio” sostiene, e gli israeliani “sarebbero in grado di prendersi cura di sé” nel momento in cui gli Usa abbandonassero l'alleanza.
Durante la guerra al Libano l’anno scorso Ron Paul si pronunciò contro una risoluzione del parlamento americano che condannava gli attacchi ad Israele e sosteneva il suo diritto all’autodifesa. Paul ammoniva che la risoluzione avrebbe portato ad una escalation del conflitto.
Sull'Iran, Paul è il più instancabile critico delle posizioni che spingono all'azione militare, e le chiama “propaganda”. Ha detto che l'Iran “non ha armi atomiche, e non è affatto vicino ad averne, così sostiene la Cia” e che “l'Iran è quasi una regolare democrazia, è nettamente migliore rispetto alla maggior parte dei nostri alleati arabi dei quali non ci lamentiamo mai.”
E tuttavia non ha mai detto assolutamente di essere ostile nei confronti di Israele.
Ha dichiarato più volte: “veramente non stiamo facendo un favore Israele, anzi, lo indeboliamo a furia di continue intromissioni ed interventi da parte nostra.” Paul si oppone ai sussidi Usa e all’allineamento politico con Israele, atti che secondo lui addirittura hanno alimentato il terrorismo. Il fatto è che dice la stessa cosa sull’intromissione americana nei confronti del governo saudita e dell’Egitto.
Quando un reporter arabo gli chiese cosa ne pensasse del sostegno “cieco” ad Israele, Paul gli rispose che la sua era una buona definizione, ma che “potrei parlare del nostro sostegno cieco all’Arabia Saudita.” (...)
Infine c’è la storia della lobby israeliana. Paul ha spesso denunciato la lobby pro-Israele a Washington. Ha detto che i membri del Congresso sono stati “intimoriti dalla pressione esercitata dall’AIPAC (comitato israelo-americano per gli affari pubblici).

Amici dell'Aipac: George W. Bush.

Ha anche detto che “si deduce chiaramente che l’AIPAC ha capacità di controllo, e controlla le votazioni, riuscendo a far votare tutti i parlamentari contro qualsiasi misura di riduzione delle attività di guerra [in Iraq].”
È forse antisemitismo questo? Ron è fazioso?
Penso sia l’ovvio prezzo che i sostenitori d’Israele devono pagare per la loro -come dire- influenza. No, l'Aipac non è la causa della guerra in Iraq. Ma essere una forte lobby comporta di essere messi sotto attento esame da un candidato libertario alla presidenza.
Ho ricercato a fondo, ho discusso con molti di Paul e delle sue posizioni, e sono giunto alla conclusione che il problema di Paul non è la sua ostilità verso Israele. Il nodo sta nel suo atteggiamento riguardo al ruolo degli Usa nel mondo (ma non è tema che voglio affrontare qui).
Allora perchè sembra che Ron Paul si occupi più di Israele che non di altri paesi? La ragione è semplice. Israele negli Usa ha un'immagine alta, e ciò che preoccupa Israele preoccupa gli Stati Uniti. Si può verosimilmente sospettare che Paul sia più irritato verso Israele che verso altri paesi. Tuttavia di fronte ad un candidato che si oppone a qualsiasi finanziamento di stati esteri, contrario al coinvolgimento americano in Medio Oriente, è un prezzo che si può anche pagare.»


Insomma, dall'articolo di Haaretz si può dire che Ron Paul ha passato l'esame, una sufficienza un po' stiracchiata, ma l'ha passato. Perdoniamo all'autore alcuni eufemismi praticamente inevitabili per un giornalista israeliano, e lasciamo di nuovo a sociologi ed opinionisti meglio ferrati di indagare su quell'immagine “alta” di Israele negli Stati Uniti. Il vero fatto interessante è che si parla di Israel Lobby e della disinibita opinione di Ron Paul in proposito. Il raziocinio e la coerenza delle sue osservazioni di principio gli permettono un'invettiva lucida contro l'Aipac, forte con tutti i politici americani, eccetto lui.

Il tema della “Israel Lobby” è l'oggetto e il titolo del recente bestseller dei professori americani Mearsheimer e Walt, che dopo l'iniziale scandalo è stato accettato (da qualcuno a denti stretti) per il rigore e l'imparzialità dell'analisi. Il libro, contrariamente a ciò che accade di solito in questi casi, è stato pubblicato e tradotto da grandi editori, Mondadori in Italia. Si deve ai due docenti un certo sdoganamento dell'espressione che Paul usa con franchezza, mentre viene evitata accuratamente dai politici che non desiderano terminare in tronco la loro carriera.
Sorprende, ma non troppo, trovare passi del saggio che ricordano ciò che sostiene Paul: «Perché gli Usa hanno messo da parte la propria sicurezza e quella di molti dei loro alleati per promuovere gli interessi di un altro stato?».
«Gli Usa hanno un problema di terrorismo in buona parte perché sono strettamente alleati a Israele, e non il contrario» e nessun altro gruppo «è mai riuscito a trascinare la politica estera americana così lontano da ciò che l'interesse nazionale vorrebbe, riuscendo anche a convincere gli americani che gli interessi Usa e quelli di Israele coincidano».
Un altro varco nella cortina fumogena che avvolge lo scenario internazionale.

Andrea & Francesco

4 commenti:

J.A. ha detto...

Complimenti per il blog, perchè non ti iscrivi a TocqueVille? C'è bisogno di libertarian! Apprendo adesso dell'esistenza della tua iniziativa per Ron Paul, dopo aver aderito a quella di http://ron08.blogspot.com/ , comunque se fra un po' di giorni scrivo qualcosa su Ron Paul vedo di farti un po' di pubblicità! Ciao!

Anonimo ha detto...

E nei democratici? chi è il meno peggio? nella malaugurata ipotesi di un Giuliani vittorioso? Quel tipo del sud non era malvagio...

Mi sto facendo un giretto su disinformaione.it: dopo la doverosa ed opportuna scrematura, si trovano delle notizie interessanti...anche in riferimento a questo post.
E' c'è pure un breve cenno su Ron Paul...
Ciao Marty.

Andrea ha detto...

>j.a.
ti ringrazio, anche a nome di francesco!
ho visto che toqueville ha le iscrizioni sospese, comunque è bene in vista il blogroll per ron paul, di cui noi facciamo parte.
non credevo quasi, giulianisti come sono a tocqueville, che dessero spazio a paul. credo che sia merito di sgembo che si è dato molto da fare.
per il resto, è molto bello avere punti in comune, ma come scrivevo in altri commenti, noi qui non ci sentiamo libertarian, almeno in senso stretto. E' la riprova del carisma di ron. E può servire essere complementari, anche il fatto che si dicano cose diverse qui e sul blogroll. Uno dei miracoli di ron paul è la moltiplicazione dei siti e dei blog. li avrà mai contati qualcuno? forse è impossibile, non so. di sicuro è già guinness dei primati.
a presto, avvisaci se scriverai di ron sul tuo blog.

ps
ho dato un'occhiata veloce, ho visto la chicca del tuo visitatore proveniente da montecitorio.
andate sul blog di j.a.
imperdibile!

Andrea ha detto...

ciao marty!
nei democratici?
se guardiamo alla politica internazionale c'è kucinich (davvero poche chances) che è il più radicale antiwar, ha posizioni da ron paul di sinistra, e forse bisogna dire che in questa campagna le spiega più in profondità di paul. ha anche chiesto l'impeachment di cheney per l'11.9 e la riapertura dell'inchiesta. gli va dato atto del coraggio, ma ci vuole una posizione più prudente per correre da presidente, e qui ron è più bravo. mi pare un po' chiacchierato per i suoi precedenti da sindaco. sui temi socio-sanitari la sinistra americana oggettivamente è più tranquillizzante, in italia, anche chi è di destra non immagina il livello di sconquasso per assenza dello stato dalla sanità. sui temi etici, l'opposto di paul, e quindi per il mio e tuo pdv, un disastro. uguale disastro per richardson, forse ti riferivi a lui, governatore del new mexico.
diplomatico e uomo da mani in pasta alla grande. comunque sulla politica estera, sembrerebbero tutti dei richelieu, dopo bush.